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Sud, Donne Di Mafia

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Sbaglia chi parla di un ruolo femminile non importante anche nell'ambito dei clan meridionali. Ci sono casi di madri e di compagne che hanno avuto sempre un loro peso nel cosmo criminale nostrano. «Femmine» forti che hanno saputo reggere il peso del proprio destino finanche con ferocia.
Non ho mai creduto che il ruolo della donna nella società meridionale sia stato e sia tutto subalterno. Per evidenti motivi che sono sotto gli occhi di tutti ma anche per come la conservazione di certe strutture, maschili per origine e composizione si siano conservate anche e soprattutto per questa apparente subalternità della donna e per le sue responsabilità nell’ambito della tutela della specie.
A confronto l’uomo impallidisce se pensiamo al fatto che la donna non solo è ancora considerata la regina del focolare ma anche e soprattutto colei che accoglie e protegge i figli, ne gestisce la quotidianità e la sfera dei valori, siano essi religiosi, educativi e, all’occorrenza, mafiosi. Insomma che la donna al Sud «non comandi un tubo» è una vera menzogna o una comoda leggenda che consente spesso di semplificare una realtà complessa e , dal punto di vista di alcune donne, di generare in alcune categorie di uomini, evidenti sensi di colpa che consentono alla donna di aumentare il margine di azione e di potere all’interno delle realtà familiari.
Dunque la mafia. E che sia Camorra, o ‘Ndrangheta o Sacra Corona, in ogni caso si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale. Nella società meridionale da sempre è la donna che garantisce il perpetuarsi di questo codice. È la donna morigerata, affettuosa, che tiene ai figli e alla casa, che ha rapporti con il vicinato e non si dimentica mai un dovere, che garantisce il consenso sociale.
E allora, già nella classica definizione di ruolo, la donna è stata e continua a essere elemento fondante della cultura mafiosa, di ciò che definiamo mafiosità. Che non è ancora per la donna essere «soggetto mafioso». Cosi come quegli uomini che pur non appartenendo a nessun clan, manifestano un evidente comportamento mafioso, pur non essendo essi stessi soggetti mafiosi.
Di fatto le donne non «fanno parte» ma «appartengono» all’organizzazione mafiosa. Vi appartengono nel senso più letterale che ne «sono proprietà». La mafia enfatizza il ruolo tradizionalmente femminile nella riproduzione e nella sopravvivenza dei suoi arcaici modelli culturali, a cominciare dal ruolo materno. Nessuna meraviglia se a formare l’identità personale dei figli e il loro destino di uomini d’onore è una «mamma di famiglia» alla quale la società perdona in questo caso di stare fuori dalla morale.
Ciò al punto che la grande madre rinuncia a ogni relazionalità femminile, compresa la sua sessualità, fatto soggettivo che una certa cultura ha tenuto nascosto per secoli. La dimensione familiare dello sviluppo di un mafioso non è per nulla secondario e si sa quanto nella famiglia meridionale, il ruolo della donna sia ritenuto di assoluta preminenza. Con una connotazione che nel caso di famiglie di mafia si fa ancora più marcata.
Accanto al ruolo di mamma, nella donna di mafia il ruolo sotterraneo che la donna ha sempre esercitato si esalta ai massimi livelli. È un ruolo nascosto, subdolo, un modo di pensare in silenzio ma che nei figli fa presa essendo assolutamente visibile. «Lo dobbiamo dire a tuo padre», una frase classica che quelli della nostra generazione hanno sentito un po’ tutti ma che nel caso delle famiglie di mafia rappresenta la totale adesione della donna alla stessa cultura, agli stessi sentimenti del padre di famiglia mafioso.
La cultura mafiosa, gli usi, i costumi, i codici di famiglia prevalgono quindi fino ad essere preponderanti su ogni altra cosa, insegnamento o esperienza. Una cultura che si permea di quella specificità del rapporto madre-figlio che è un rapporto di vera e propria dipendenza. Non è un caso che i più grandi mafiosi abbiano avuto un rispetto reverenziale e ossequioso delle loro madri al punto da rendere alquanto stridente la loro forza con una forma di dipendenza che all’apparenza appare quasi infantile.
In questi casi, quando loro venivano allevati, il rapporto tra madre e figlio era del tutto fuori da ogni morale. Il ruolo delle mamme di mafia non è quello di tirar su dei cittadini onesti nel mentre i figli non sono considerati come delinquenti, ma come portatori di interessi validi, sani, giusti, persone normali, coerenti a dispetto degli onesti che sono «brutti e cattivi». La moglie di Salvatore Riina ha allevato i figli dando loro un’impressione di normalità, mentre sotto la superficie la famiglia è del tutto anomala. La donna mafiosa ha il compito di garantire la continuità dei valori mafiosi, perché è a lei che spetta il compito di educare i figli, loro che saranno il futuro dell’organizzazione.
È un motivo in più per ritenere la donna il primo catalizzatore sociale della mafia. Anche quando c’è da usare vendetta per un torto subito è la donna che diventa protagonista attiva con il supporto, ancora una volta di un codice culturale che si tramanda. Ad alimentare il fuoco della vendetta e ricordare alle generazioni successive i doveri verso l’ucciso, attraverso teatrali ostentazioni di dolore, lamenti funebri accanto al corpo e giuramenti di vendetta sopra le ferite aperte sono le donne. D’altra parte, l’immagine del sangue ha un ruolo determinante nella faida.
Nel folklore calabrese, per esempio, il sangue mormora, sussurra o reclama vendetta. «Sangue chiama sangue»: si dice che il richiamo del sangue risuoni alle orecchie dei parenti del morto. E può essere ridotto al silenzio soltanto dal sangue versato per vendicare l’offesa. E nel simbolismo della ‘Ndrangheta, il sangue del primo uomo ucciso nella faida viene ripagato dal sangue della sposa vergine. Altro che sesso debole.
Anche nel pentirsi le donne sanno fare la differenza, scardinando un sistema. E sbaglia chi chiude gli occhi e non lo comprende appieno.
 
 
Commenti
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chico  - amarezza   |213.26.205.xxx |2010-01-29 04:30:28
ho paura che tutto questo sia vero proprio nella sibaritide!
Enzo Civale  - Vero!   |79.35.119.xxx |2010-01-29 23:27:27
Ho letto e mi è piaciuto questo articolo vostro. Certe volte non vogliamo dire
le verità più terribvili della nostra terra. Continuate cosi!
siamotuttiorfani  - eh   |82.57.54.xxx |2010-01-30 07:22:19
ma dove le prendete tutte ste teorie?non vi accorgete di avere una grande
fantasia?non vedete che queste teorie le portate avanti solo voi?


Se Lei,
oltre ai manifesti dei morti leggesse qualche quotidiano nazionale.....
La
Redazione.
una cittadina  - da non credere!?!?!?   |79.29.194.xxx |2010-01-30 10:11:12
Non capisco dove certi lettori prendano i loro commenti. Possibile che
non sanno che queste situazioni raccontate nell'articolo sono vere? Dove vivono?
O forse fanno così solo per mascherare la verità? Basta andare su internet e
cercare su questo argomento e ci sono tanti materiali che parlano della mafia e
delle donne. Tapparis gli occhi con il prosciutto non fa bene a noi
meriddionali.
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