Le mareggiate dell'inverno 2010 mettono ancora in ginocchio la costa jonica sibarita. Lungo il litorale i danni sono ingenti: le popolazioni locali pagano a caro prezzo la scarsa attenzione alle regole naturali. Una colata di cemento ha violato la spiaggia e ora lo Jonio si vendica con violenza.

Una notte basta. Il vento arriva a fare male alla Calabria del 2010. C'è un inverno freddo che non ha pietà per nessuno. Ci sta lo Jonio che si ripiglia quello che è suo. Cammini per le barche dei pescatori sibariti e ascolti le loro imprecazioni. Quelle stesse barche le hanno tirate a riva per proteggerle dalle onde impazzite del mare. Conoscono la forza della Natura e la temono. Non come certi ingegneri e certi assessori dell’Italia Repubblicana. Quelli che hanno ridisegnato il volto della costa e hanno sfidato l’impossibile.
Ora che il maltempo è padrone, tutto viene rimesso in gioco. Anche le case che si affacciano a pochi metro dalla spiaggia. E i lungomari, e le strade, e le aiuole. A Trebisacce c’è chi, a un certo punto, trema pensando a che brutto destino può toccare ai campi-gioco di 108. È proprio così: lo Jonio sbatte contro i muri di cinta delle strutture sportive trebisaccesi e quasi sfonda quella povera difesa. Ma è tutta la costa sibarita che soffre. Anche dove dei soldi sono arrivati e un po’ di difese artificiali esistono, sono comunque dolori. È come se tutti i nodi del mondo venissero al pettine.
Ci sono troppi anni di non-progettazione che fanno male al territorio. Si è costruito di tutto davanti la costa e mai si è pensato di gestire meglio l’ambiente. Così si capisce perché manchino delle barriere artificiali in certi punti nevralgici del litorale. I soldi sono stati spesi in altro, anche quando si è trattato di investire qualche euro pubblico. Sono considerazioni giuste. Ma hanno poco peso in questi giorni di burrasca. Il meteo è «contro» a ogni analisi del genere. Le immagini sono quotidiane e parlano da sole. Fino al punto da proiettare alcuni centri costieri sugli schermi delle Tv nazionali e regionali. E su internet anche. Se ne parla, c’è chi si dispiace. Sui giornali ci finisce il commento ufficiale di qualche esponente pubblico. E si chiede denaro, altro denaro, per arginare il guaio.
Vedremo cosa succederà. A cominciare da quello che si farà subito dopo questa brutta ondata di maltempo. Vedremo chi ne parlerà ancora. O se, come sempre in questi casi, si discuterà di altro. E il silenzio calerà come la lama della ghigliottina su ogni buona volontà del momento. E intanto? Cerchiamo sollievo tra i pescatori delle nostre marine. Ne traduciamo le parole in dialetto. Vogliamo capire cosa sanno loro del dramma ambientale che viviamo tutti. Ed è triste registrarne la rabbia. Dicono che certe cose sono sempre successe ma «mò no, tutto è peggio. Ché ora la gente non rispetta il mare». E lo Jonio se lo lega al dito. Forse è meglio leggerla così la tragedia ambientale di questi giorni.
Ma non è così, c’è poco da buttarla sul romantico. Forse è tempo di chiedersi se ci sono anche colpe su quanto succede. E chi ha da farsele perdonare. Allora sì che la furia jonica avrebbe un senso. E forse non torneremmo a parlare di questi episodi.