Che futuro c'è per il mare, specie per quello del Mezzogiorno? Ce lo svela Katia Stancato, vice presidente della Federcopesca. In un faccia a faccia con il portale specializzato Mare In Italy, scopriamo cosa bolle in pentola per quanto riguarda le strategie da mettere in campo per lo sviluppo ittico.

Non solo dubbi e veleni. Ma anche tanti tesori da sfruttare. È il mare calabrese, uno scrigno che merita attenzione. Il portale Mare in Italy ha raggiunto il vice presidente di Federcopesca, Katia Stancato, per saperne un po’ di più sulla regione Calabria di cui è responsabile. Si parla di pescaturismo: come si è sviluppata in Calabria questa attività?
«Il pescaturismo qui in Calabria è praticato, e con grande successo, da maggio a ottobre. Grazie al nostro splendido clima, infatti, riusciamo a godere di una stagione allungata. Il pescaturismo è per gli operatori ittici un’ottima attività integrativa alla pesca artigianale e un ottimo sistema per divulgare la cultura della pesca valorizzando al contempo l’ambiente marino e costiero. Per questo motivo il pescaturismo è stata introdotta come attività consentita anche nella Riserva di Capo Rizzuto»
In dettaglio?
«A offrire uscite di pescaturismo, qui in Calabria, come penso in tutte le altre zone italiane, sono soprattutto le località dove il turismo è maggiormente sviluppato. Tra le diverse cooperative, tutte molto attive, ce ne è una, la Cooperativa Sant’Antonio, a Diamante, sulla splendida Riviera dei Cedri, che ha dato vita a un’interessante realtà. Infatti, oltre a praticare il pescaturismo, questa cooperativa gestisce un ristorantino, La Guardiola, affidato alle sapienti mani delle mogli degli stessi pescatori. È un esempio da seguire ovunque».
Cosa ne pensa del marchio Prodotto Ittico Italiano che Federcopesca sta lanciando?
«Alla luce delle normative sulla qualità e la tracciabilità di tutte le politiche di marchio, credo che il lancio del marchio di Federcopesca sia la strada giusta da seguire. Il marchio Prodotto Ittico Italiano è lo strumento adatto a dare un valore aggiunto al pescato che ritengo sia fondamentale in questo periodo di politica di riduzione della pesca. Dato che le quantità del pescato diminuiscono è importante che aumenti il valore del prodotto».
Al Sud anche?
«Certo. La Calabria già da diverso tempo si sta impegnando in questo senso, molti sono i prodotti di qualità che offre, primo tra tutti la Rosa Marina per la quale si sta cercando di ottenere il riconoscimento IGP, Indicazione Geografica Protetta».
Che cos’è esattamente la Rosa Marina?
«La Rosa Marina è un trasformato a base di novellame, piccole sarde e acciughe, pescate nei mesi di marzo e aprile. Il procedimento con cui è fatta è abbastanza semplice ma il risultato assicuro è incredibilmente buono. I pesciolini appena pescati sono lavati e stesi su un piano di marmo o metallo e a questi si aggiunge sale, olio e peperoncino. Il composto viene poi mescolato con le mani e lasciato maturare in contenitori di vetro ad una temperatura di circa 5 gradi. La Rosa Marina rappresenterà,di qui a poco,la quintessenza della qualità perché sia il novellame che il peperoncino che l’olio sono prodotti che tra breve riceveranno il marchio DOP».
Oltre alla Rosa Marina quali potrebbero essere i prodotti tipici legati al mare e alla tradizione della sua regione a essere valorizzati dal marchio Prodotto Ittico Italiano?
«Oltre alla Rosa Marina ci sono i pelagici, le acciughe, il tonno rosso e i gamberi dello Jonio. Fino a qualche anno fa avrei potuto aggiungere anche il pesce spada ma, come molti sapranno,questa pesca è stata bandita a partire dal 2002»:
Quali conseguenze ha avuto sulla comunità dei pescatori l’entrata in vigore di questo bando?
«Le conseguenze sono state molto, molto gravi. A parte il danno economico, che è quasi scontato citare, il bando totale delle spadare ha portato ad una lacerazione sociale. In Calabria questa pesca vanta una tradizione centenaria fortemente radicata nella storia della popolazione. Esiste anche una interessantissima letteratura al riguardo che oltre a parlare delle marinerie racconta anche dell’importante ruolo che le donne ricoprivano in questa attività che non era, come tutti pensano, prettamente maschile».
Che è successo allora?
«Il motivo che ha portato inizialmente alla diminuzione, e in seguito al bando totale delle spadare, entrato in vigore dal 1 gennaio 2002, è stato quello di assicurare la protezione delle risorse biologiche e proteggere tartarughe, delfini e cetacei che rimanevano intrappolati da questo tipo di reti. Per la pesca del pesce spada si usavano, infatti, reti da posta derivanti molto lunghe e resistenti, il cui livello di selettività era molto basso. A partire dal 1998, quando si vide che era necessario porre termine a questo tipo di pesca, furono varati dei piani per la dismissione e la riconversione delle spadare, con dei contributi economici a sostegno degli armatori e degli equipaggi. La cosa non funzionò come ci si aspettava, in molti casi la riconversione non è mai avvenuta e così molti operatori delle spadare sono andati ad infoltire la già numerosa schiera dei disoccupati».
Addirittura...
«Sì. Il bando che è stato, diciamolo pure, discriminatorio e sproporzionato, si è basato su evidenze scientifiche poi non così evidenti, e così, mentre le storiche comunità pescherecce, con Bagnara Calabra in testa, stanno vivendo un vero e proprio tracollo economico, i pesci spada continuano ad essere catturati da spadare di altra nazionalità»
Cosa ne pensa dell’Associazione Mare in Italy che presto si costituirà per promuovere la cultura del mare?
«Dopo la nascita e il successo del portale Mare in Italy, credo che la costituzione dell’Associazione sia senza alcun dubbio il passo giusto da fare. È ora che la cultura del mare venga diffusa anche perché è strettamente legata alla storia italiana. L’Associazione è un ulteriore strumento che può fare conoscere le diverse e numerose tradizioni legate alle marinerie italiane e promuovere il lavoro degli operatori ittici. Il settore ittico è molto cambiato negli anni e ha bisogno di essere rilanciato. Ricordiamo pure con ammirazione i vecchi pescatori e il loro duro e pericoloso lavoro in mare ma ricordiamo alla gente, e specialmente ai giovani, che grazie alla cultura e alla tecnologia il mestiere del pescatore si è notevolmente evoluto».
Quindi?
«Con la giusta preparazione e nel rispetto di tutte le norme imbarcarsi non è più pericoloso come una volta e poi lavorare nel settore ittico non è solo questo, non significa solo imbarcarsi e catturare i pesci. C’è, infatti, una filiera ittica che va delineandosi e che può offrire molte possibilità occupazionali. Il settore ittico non ha bisogno solo di pescatori ma di biologi, di veterinari, di figure che vadano ad inserirsi nella filiera della pesca. Questo della pesca un settore in evoluzione: pensate solamente alla maricoltura e a come sta sviluppandosi. E la Calabria in questo non fa certo eccezione. Sul territorio operano già due importanti centri di maricoltura, uno a Vibo e l’altro a Rossano, ma altri nuovi impianti dove si coltiveranno dentici, ricciole e tonno si realizzeranno di qui a breve».
Anche in Calabria si sta assistendo all’invecchiamento delle comunità di pescatori?
«Sì, anche in Calabria si nota il disinteresse delle nuove generazioni verso questo mondo anche se, e ci tengo a segnalarlo, in controtendenza con i dati raccolti dalla regione c’è l’esempio di Schiavonea di Corigliano dove operano circa 600 pescatori,molti dei quali giovani... insomma,un vero e proprio villaggio cooperativo».
E ora la domanda di rito. Qual è il suo piatto di pesce preferito?
«Credo che si sia già capito. È la Rosa Marina su bruschette di pane caldo».






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